Scannatoio di pensieri

Dicembre 27, 2009

Un contenitore che non contiene, idee-contenuti che esplodono e si riversano nella rete.
Come naufraghi, ci sentiamo persi nel mondo odierno e lanciamo i nostri messaggi in bottiglie virtuali in un mare telematico, sperando che qualcuno legga e risponda e ci faccia sentire meno soli.

Un macello, dove scanniamo i nostri pensieri, li mettiamo a nudo, strappando anche la pelle e provocando con il rosso del sangue.

L’abattoir, un nome francese perché francesi sono i nostri maestri illuministi e romantici bohemien.

www.abattoir.it perché siamo carne da macello!

L’IMITAZIONE DEL PENSIERO: Obiezioni contro l’argomentazione principale

Dicembre 17, 2009

In Macchine calcolatrici e intelligenza Turing risponde alle obiezioni che fino a quel momento erano state mosse alla possibilità di creare una macchina pensante.

Le obiezioni sono di vario genere, da quella teologica a quella matematica, da quella dell’autocoscienza a quella delle capacità extrasensoriali.1

Turing non ammette le obiezioni di tipo teologico2 ed antropocentrico che vogliono l’uomo come unico essere dotato di intelligenza, vuoi per costituzione biologica vuoi per grazia divina, e tanto meno può accettare la tesi delle capacità extrasensoriali.

Le obiezioni che più lo interessano invece sono quella matematica, quella dell’autocoscienza (molto antropocentrica, ma in cui si esplicita il rapporto mente/corpo) e l’obiezione di Lady Lovelace.

L’obiezione matematica riprende il suo lavoro sui numeri computabili e sul problema della decisione di Hilbert come argomento contro la possibilità da parte delle macchine di pensare.

Alcuni risultati della logica matematica possono essere utilizzati per dimostrare che le macchine discrete hanno dei limiti. Il teorema di Gödel è uno di questi, e dimostra che in ogni sistema logico possono essere formulati degli enunciati che non possono essere né dimostrati né confutati all’interno del sistema stesso, queste proposizioni sono dette indecidibili.

Inoltre lo stesso Turing era arrivato a questo risultato nel 1936 in On Computables Numbers, contemporaneamente e indipendentemente da Alonzo Church.

Il lavoro di Turing usava le macchine per arrivare a questa conclusione.

Questo è il risultato matematico: si sostiene che esso dimostra un’incapacità della macchina alla quale l’intelletto umano non è soggetto.3

Turing risponde che non è mai stata dimostrata l’illimitatezza delle capacità dell’intelletto umano. Il fatto che a delle domande critiche la macchina risponda in modo errato, non deve darci un senso di superiorità, infatti anche gli uomini non possono rispondere.

Altra obiezione su cui Turing si sofferma a riflettere è l’obiezione mossa da Jefferson4 definita come l’argomento dell’autocoscienza, tesi di tipo antropocentrico, ma di grande importanza, perché mette l’accento sul rapporto mente/corpo.

Jefferson afferma che fin quando una macchina non baserà i suoi output su delle emozioni non potremo eguagliarla al cervello. Jefferson conosce benissimo il cervello, è un neurochirurgo, e sa che le emozioni hanno il potere di far secernere alle ghiandole degli ormoni che influenzano il comportamento dell’individuo.

Secondo Turing il punto di vista di Jefferson conduce al solipsismo, in cui per «essere sicuri che una macchina pensa è quello di essere la macchina e di sentire se stessi pensare».5

Per spirito comune Turing preferisce non ammettere alcuna forma di solipsismo e accettare che tutti pensiamo e modifica il gioco dell’imitazione nel gioco dell’esame orale, in cui un esaminatore interroga un candidato, e suppone che il candidato sia un calcolatore.

Se le risposte del candidato-computer fossero soddisfacenti, non solo in aritmetica, ma anche in letteratura, Jefferson potrebbe considerarle come un semplice espediente? Secondo Turing considerale come semplice espediente consisterebbe nell’accettare le tesi solipsistiche.6

Inoltre Turing argomenta la sua risposta sulla capacità della macchina di scrivere un sonetto nel seguente modo

Io non credo neppure che si possa porre un limite e scartare l’ipotesi dei sonetti, anche se l’esempio è un po’ ingiusto, in quanto un sonetto scritto da una macchina potrà essere apprezzato al meglio solo da un’altra macchina.7

Un po’ come per Wittgenstein: se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo.8

Altra obiezione su cui secondo Turing è necessario fermarsi a riflettere è l’obiezione di Lady Lovelace, prima programmatrice in assoluto nella storia a cui si deve il linguaggio di programmazione assembly, che riferendosi alla macchina analitica di Babbage affermò che questa non aveva nessuna capacità creativa, ma poteva solo eseguire i nostri ordini, qualsiasi cosa le ordinassimo.

Turing crede che questa affermazione sia determinata dalla macchina analitica e dal tipo di macchine esistenti all’epoca di Lady Lovelace, che non potevano di certo incoraggiare a pensare a macchine capaci di imparare.

Una riformulazione di questa obiezione può essere che la macchina non può fare qualcosa che ci sorprenda. Turing risponde ironizzando sulla propria sbadataggine:

Le macchine mi prendono alla sprovvista molto frequentemente.9

La sorpresa deriverebbe da calcoli fatti male o da considerazioni poco precise, e il risultato finale è diverso da quello previsto.

L’obiezione che questa sorpresa non dipenda dalla macchina, ma dal programmatore riporta secondo Turing all’obiezione dell’autocoscienza già discussa.

1Turing 1950 p. 176

2Nonostante Turing sia stato fermamente ateo, rispose all’obiezione teologica affermando che l’Onnipotenza divina potrebbe dare anche un’anima immortale alle macchine, noi non lo possiamo escludere.

3Turing 1950, p. 178

4Sir Geoffrey Jefferson (neurochirurgo, 1886-1961) in No Mind for Mechanical Man, 1949

5Turing 1950, p. 179

6Le tesi solipsistiche sostengono un idealismo soggettivo che nega la realtà del mondo esterno e degli altri soggetti.

7Hodges, p. 528

8Wittgenstein, Ricerche Filosofiche

9Turing 1950, p. 184

L’ IMITAZIONE DEL PENSIERO: Turing e il cervello

Dicembre 13, 2009

Per costruire un cervello elettronico Turing cerca delle analogie tra il sistema nervoso centrale e le potenzialità del calcolatore. Turing osserva con attenzione il processo che ha condotto il cervello di un uomo adulto al suo stato attuale.

Cercando di imitare una mente umana adulta siamo tenuti a riflettere parecchio sul processo che l’ha condotta allo stato in cui si trova. Possiamo notare qui tre componenti: a) lo stato iniziale della mente, diciamo alla nascita; b) l’educazione cui è stata sottoposta; c) altre esperienze, che non possono venir descritte come educazione , che essa ha vissuto.1

Per meglio spiegare come si possa dare la mente ad un cervello elettronico Turing propone di elaborare un programma che non miri a simulare una mente adulta, ma quella di un infante per sottoporla poi a un appropriata istruzione, così che si possa evolvere “naturalmente”.

La speranza di Turing che il cervello di un bambino sia «qualcosa di simile a un taccuino di quelli che si comprano dai cartolai»,2 con molta carta bianca e poco di scritto nasce, forse ancora una volta, da Natural Wonders in cui si legge:

Capite ora perché dovete andare a scuola per cinque ore al giorno, e sedere su un duro banco a studiare materie ancor più dure, mentre tanto più volentieri ve la svignereste per andare a nuotare? E’ così che potete costruire nel vostro cervello questi puntini che servono a pensare (…) Si comincia da giovani, quando il cervello è ancora in crescita: con anni di lavoro e di studio, lentamente si formano sopra l’orecchio sinistro i puntini del pensiero che poi dovremo usare per il resto dei nostri giorni.3

Questa concezione della macchina cervello permette a Turing di immaginare una macchina con installato solo lo stretto necessario perché impari dal suo istruttore e dall’esperienza, migliorandosi di volta in volta.

I difetti fisici della macchina, come la mancanza di un sistema visivo o motorio, non sono rilevanti, basta trovare il processo educativo adeguato, proprio – ricorda Turing – come fu fatto con Helen Keller,4 ragazza divenuta cieca e sorda 19 mesi dopo la nascita che conseguì un’istruzione universitaria grazie ad un particolare metodo d’insegnamento.

Il metodo dei premi e delle punizioni, secondo Turing, non è un metodo sufficiente per l’educazione di un bambino, e tanto meno si può applicare al processo d’istruzione del calcolatore; sono necessari «altri canali di comunicazione, “non emozionali”».5

1Ibidem p. 189

2Turing 1950, p. 189

3Hodges, p. 21

5Turing 1950, p. 190