Svevo e La Fontaine

maggio 25, 2007

Una Volpe, chi dice di Guascogna, e chi di Normandia,
morta affamata, andando per la via,
in un bel tralcio d’uva s’incontrò,
così matura e bella in apparenza,
che damigella subito pensò di farsene suo pro.
Ma dopo qualche salto, visto che troppo era la vite in alto, pensò di farne senza.
E disse: – È un’uva acerba, un pasto buono
per ghiri e per scoiattoli -.
Ciò che non posso aver, ecco ti dono.

 Jean de La Fontaine – Esopo

Ieri il prof. Rigamonti ha tenuto il suo seminario su La coscienza di Zeno di Italo Svevo e senza rifletterci troppo su ricordai la favola della volpe e dell’uva.
In questo romanzo i personaggi con qualità positive se non sono a favore di del protagonista, Zeno Cosini, vengono considerati da quest’ultimi possessori di false qualità, cosicché col tempo Svevo gli nega queste caratteristiche positive, infatti Ada da bellissima diventa bruttissima e Guido da abile agli affari cade in rovina per alcune speculazioni andate male.

L’intento di Svevo non ha nulla a che fare con quanto ho collegato io se non che disprezza ciò che non può avere, proprio come la volpe e l’uva.

Tra l’altro ieri sera sono stato anche con una persona veramente interessante che mi ha ricordato che bisogna sempre tenersi aperti all’ascolto, non avere mai un unico giudizio, ma mettersi sempre in discussione, senza prendersi troppo sul serio.

Se non posso avere l’uva non devo dire che è acida, devo mantenere il giudizio aperto finché non ricevo la conferma.

Domande:
ma quanto “situazioni” servono per avere la conferma?
e se l’altro non vuole parlare? devo ascoltare il suo silenzio? è già difficile comprendere le parole, figuriamoci i silenzi.

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