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Pietro Abelardo e la nonviolenza

dicembre 9, 2007

Da quando scrivevo Il fine giustifica i mezzi ne è passata di acqua sotto i ponti, ho conosciuto tante persone e osservato tante cose, ho studiato personaggi che nella storia avevano già battuto le strade del pensiero.

Ho conosciuto il prof. Andrea Cozzo (con cui sto sto seguendo un laboratorio su “Teoria e pratica della nonviolenza”), uno studioso della nonviolenza, con cui abbiamo discusso durante alcuni seminari autogestiti in un corridoio della facoltà, e poi ad un seminario maieutico in memoria di Danilo Dolci, in cui ha distribuito un foglio con citazioni di Gandhi e di Dolci che vorrei riportare:

Si dice “i mezzi in fin dei conti sono mezzi”. Io vorrei dire “i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Quali i mezzi, tale il fine. Non vi è un muro di separazione tra mezzi e fine.

(M.K. Gandhi, Antiche come le montagne, Milano, Mondari, 1993)

Il modo della rivoluzione è essenziale. Se seminiamo piselli non nascono pesci. Se seminiamo morte ed inesattezze non nasce la vita.

(D. Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, Roma-Bari, 1955)

Entrambi concordano sul fatto che il mezzo deve essere adeguato al fine.

Cosa c’entra Pietro Abelardo? Pietro Abelardo, conosciuto molto come logico del XII secolo, che si colloca tra la grammatica speculativa e l’empirismo di Ockham, si distingue anche per la sua etica che distingue principalmente il vizio, inclinazione a peccare, dal peccato.
La distinzione prevede quindi una distinzione formale tra l’atto, l’intenzione e il risultato.
L’atto secondo il nostro filosofo si confonde con l’intenzione ed è perciò quest’ultima soggetta a giudizio, mentre il risultato è effetto sì dell’azione, ma potrebbero esserci altre concause che ne determinano l’incongruenza con l’intenzione.
La parola “confusione” deve essere intesa come coincidenza dell’intenzione (fine ideale) e azione (mezzo) per raggiungere il risultato (fine materiale), e se il mezzo è “seminare piselli” con l’ intenzione di far “nascere pesci”, il risultato non sarà buono.
Secondo queste mie considerazioni Pietro Abelardo può essere considerato un filosofo della nonviolenza.

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