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Intelligenza Artificiale. Da Leibniz ai robot

ottobre 7, 2009

E’ passato un anno buono da quando mi sono laureato e finalmente ho il tempo di mettere a disposizione del mondo intero il mio lavoro finale da titolo Intelligenza Artificiale. Da Leibniz ai robot.
Non è stato un lavoro di ricerca, ma solo una classica tesina compilativa da triennale, che però ha la presunzione di essere originale, sconfinando dallo stretto campo filosofico e approcciandomi alle riflessioni filosofiche che scaturiscono grazie al progresso tecnologico.
Una tesi quindi che sta al limite tra filosofia e ingeneria, una tesi che ha desta curiosità in molta gente e che voglio rendere pubblica, sperando che possa servire a qualcuno.

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Introduzione

L’intelligenza artificiale è oggetto di studio di molte discipline, tanto che intorno ad essa si formano laboratori e dipartimenti interdisciplinari.

L’intelligenza artificiale nasce intorno alle discipline matematiche, e la sua realizzazione tecnica è affidata agli ingegneri; le sue implicazioni sono strettamente filosofiche e i suoi risultati sono molto utili per la psicologia e per le neuroscienze.

Il termine intelligenza artificiale (da ora in avanti, per brevità, IA) risale al dibattito iniziale sulla possibilità di costruire un “cervello elettronico” che possa compiere operazioni intellettuali al posto dell’uomo.

Fra i primi a credere che fosse possibile costruire una macchina che sostituisse l’uomo anche nelle attività intellettuali troviamo uno dei più grandi matematici e filosofi dell’epoca moderna, Leibniz.

Leibniz pensava che l’uomo potesse affidare le operazioni meccaniche e ripetitive a delle calcolatrici e dare così alla mente umana la possibilità di dedicarsi ad attività nuove e creative, ed effettivamente egli stesso si impegnò a costruire un modello di calcolatrice basata sulla Pascaliana (macchina addizionatrice costruita dal filosofo francese Pascal) che implementava anche l’operazione di moltiplicazione (inoltre Leibniz credeva che tutto il pensiero fosse calcolabile grazie ad una caratteristica universale, un alfabeto speciale i cui simboli racchiudono tutto il pensiero umano).

Ancora dopo Leibniz, un altro matematico tentò l’impresa di costruire un calcolatore universale, si tratta di Babbage e della sua Macchina Analitica.

Questa macchina, a differenza delle precedenti, poteva essere programmata, così da definirsi universale. Il suo funzionamento non dipendeva soltanto dalla sua struttura hardware (ovvero la sua progettazione fisica-meccanica), ma anche dal software (i programmi, serie ordinata di operazioni da compiere) che veniva passato tramite schede perforate, proprio come quelle usate nei telai degli opifici per determinare la trama del tessuto.

Sfortunatamente Babbage non riuscì mai a completare la sua Macchina Analitica a causa del mancato finanziamento del progetto.

Tratteremo in questa tesi l’evoluzione del dibattito intorno alla possibilità di costruire macchine che possano pensare.

Le posizioni fondamentali in questo dibattito sono quella di Turing, secondo cui se una macchina appare intelligente possiamo dire che lo è realmente; quella di Searle, che critica la possibilità di un’IA “forte”, in cui le macchine non simulano un comportamento intelligente ma sono realmente intelligenti; e ancora quella che vede l’IA come una cosa possibile nel tempo, in cui le macchine costruiranno la loro intelligenza immergendosi nel mondo con un corpo altrettanto artificiale.

Se in fondo alla posizione di Turing troviamo il dualismo che vede la mente come uno schema logico che usa il corpo biologico come supporto materiale, ma è perfettamente astraibile per essere installato su un altro tipo di supporto, allora possiamo dire che la tesi di fondo di Searle è monista: l’intelligenza è determinata da poteri causali nel nostro cervello.

La terza posizione che sembra andare contro Searle, in quanto crede nella possibilità di un’IA e di una Coscienza Artificiale nel senso “forte”, è in realtà a sua volta una tesi monista. Un programma in quanto tale non ha semantica e si limita a manipolare simboli formali, come direbbe Searle, ma non dobbiamo più considerare un programma, ma un insieme di programmi che conoscono il mondo attraverso vari organi di senso artificiali che collegano i simboli formali con il loro corrispondente materiale.

Un calcolatore con un corpo è un robot e di storie di fantascienza sui robot ce ne sono tante, ma dove si trova la linea che divide la fantasia dalla scienza? Ogni giorno che passa la tecnologia sembra far pensare che quella fantasia in realtà fosse solo lungimiranza.

  1. ottobre 7, 2009 alle 12:42 pm

    Ottima idea, anch’io l’ho fatto per la mia, spero di poter leggere presto il tuo lavoro

  2. thedarshan
    ottobre 7, 2009 alle 2:03 pm

    bel trailer🙂
    aspetto il resto

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