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L’IMITAZIONE DEL PENSIERO: Obiezioni contro l’argomentazione principale

dicembre 17, 2009

In Macchine calcolatrici e intelligenza Turing risponde alle obiezioni che fino a quel momento erano state mosse alla possibilità di creare una macchina pensante.

Le obiezioni sono di vario genere, da quella teologica a quella matematica, da quella dell’autocoscienza a quella delle capacità extrasensoriali.1

Turing non ammette le obiezioni di tipo teologico2 ed antropocentrico che vogliono l’uomo come unico essere dotato di intelligenza, vuoi per costituzione biologica vuoi per grazia divina, e tanto meno può accettare la tesi delle capacità extrasensoriali.

Le obiezioni che più lo interessano invece sono quella matematica, quella dell’autocoscienza (molto antropocentrica, ma in cui si esplicita il rapporto mente/corpo) e l’obiezione di Lady Lovelace.

L’obiezione matematica riprende il suo lavoro sui numeri computabili e sul problema della decisione di Hilbert come argomento contro la possibilità da parte delle macchine di pensare.

Alcuni risultati della logica matematica possono essere utilizzati per dimostrare che le macchine discrete hanno dei limiti. Il teorema di Gödel è uno di questi, e dimostra che in ogni sistema logico possono essere formulati degli enunciati che non possono essere né dimostrati né confutati all’interno del sistema stesso, queste proposizioni sono dette indecidibili.

Inoltre lo stesso Turing era arrivato a questo risultato nel 1936 in On Computables Numbers, contemporaneamente e indipendentemente da Alonzo Church.

Il lavoro di Turing usava le macchine per arrivare a questa conclusione.

Questo è il risultato matematico: si sostiene che esso dimostra un’incapacità della macchina alla quale l’intelletto umano non è soggetto.3

Turing risponde che non è mai stata dimostrata l’illimitatezza delle capacità dell’intelletto umano. Il fatto che a delle domande critiche la macchina risponda in modo errato, non deve darci un senso di superiorità, infatti anche gli uomini non possono rispondere.

Altra obiezione su cui Turing si sofferma a riflettere è l’obiezione mossa da Jefferson4 definita come l’argomento dell’autocoscienza, tesi di tipo antropocentrico, ma di grande importanza, perché mette l’accento sul rapporto mente/corpo.

Jefferson afferma che fin quando una macchina non baserà i suoi output su delle emozioni non potremo eguagliarla al cervello. Jefferson conosce benissimo il cervello, è un neurochirurgo, e sa che le emozioni hanno il potere di far secernere alle ghiandole degli ormoni che influenzano il comportamento dell’individuo.

Secondo Turing il punto di vista di Jefferson conduce al solipsismo, in cui per «essere sicuri che una macchina pensa è quello di essere la macchina e di sentire se stessi pensare».5

Per spirito comune Turing preferisce non ammettere alcuna forma di solipsismo e accettare che tutti pensiamo e modifica il gioco dell’imitazione nel gioco dell’esame orale, in cui un esaminatore interroga un candidato, e suppone che il candidato sia un calcolatore.

Se le risposte del candidato-computer fossero soddisfacenti, non solo in aritmetica, ma anche in letteratura, Jefferson potrebbe considerarle come un semplice espediente? Secondo Turing considerale come semplice espediente consisterebbe nell’accettare le tesi solipsistiche.6

Inoltre Turing argomenta la sua risposta sulla capacità della macchina di scrivere un sonetto nel seguente modo

Io non credo neppure che si possa porre un limite e scartare l’ipotesi dei sonetti, anche se l’esempio è un po’ ingiusto, in quanto un sonetto scritto da una macchina potrà essere apprezzato al meglio solo da un’altra macchina.7

Un po’ come per Wittgenstein: se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo.8

Altra obiezione su cui secondo Turing è necessario fermarsi a riflettere è l’obiezione di Lady Lovelace, prima programmatrice in assoluto nella storia a cui si deve il linguaggio di programmazione assembly, che riferendosi alla macchina analitica di Babbage affermò che questa non aveva nessuna capacità creativa, ma poteva solo eseguire i nostri ordini, qualsiasi cosa le ordinassimo.

Turing crede che questa affermazione sia determinata dalla macchina analitica e dal tipo di macchine esistenti all’epoca di Lady Lovelace, che non potevano di certo incoraggiare a pensare a macchine capaci di imparare.

Una riformulazione di questa obiezione può essere che la macchina non può fare qualcosa che ci sorprenda. Turing risponde ironizzando sulla propria sbadataggine:

Le macchine mi prendono alla sprovvista molto frequentemente.9

La sorpresa deriverebbe da calcoli fatti male o da considerazioni poco precise, e il risultato finale è diverso da quello previsto.

L’obiezione che questa sorpresa non dipenda dalla macchina, ma dal programmatore riporta secondo Turing all’obiezione dell’autocoscienza già discussa.

1Turing 1950 p. 176

2Nonostante Turing sia stato fermamente ateo, rispose all’obiezione teologica affermando che l’Onnipotenza divina potrebbe dare anche un’anima immortale alle macchine, noi non lo possiamo escludere.

3Turing 1950, p. 178

4Sir Geoffrey Jefferson (neurochirurgo, 1886-1961) in No Mind for Mechanical Man, 1949

5Turing 1950, p. 179

6Le tesi solipsistiche sostengono un idealismo soggettivo che nega la realtà del mondo esterno e degli altri soggetti.

7Hodges, p. 528

8Wittgenstein, Ricerche Filosofiche

9Turing 1950, p. 184

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