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L’ IMITAZIONE DEL PENSIERO: Le conclusioni di Turing

gennaio 13, 2010

Il gioco dell’imitazione fondava la sua validità sul fatto che se riusciva, ovvero se l’interrogante confondeva il calcolatore con il giocatore umano, potevamo dire che l’intelligenza artificiale è possibile, che le macchine possono pensare e che quel calcolatore può essere definito come cervello elettronico; infatti se la macchina mostra una parvenza di pensiero, pensa realmente.

Quando una macchina appare comportarsi come un essere umano, allora tanto vale dire che si comporta come un essere umano.1

Un altro esempio utilizzato da Turing, e che rafforza la sua tesi, è quello delle macchine che giocano a scacchi.

Formalizzando le strategie del gioco degli scacchi era possibile programmare una macchina in modo che riuscisse a vincere, tutto stava nell’istanziare correttamente il programma.

Un programma che simuli un campione di scacchi non era solo idea di Turing, ma di molti matematici.

Per Turing però un «giocatore-schiavo»2 era un calcolatore che sapeva realmente giocare a scacchi, niente più, o niente meno, di un giocatore umano. Forse il giocatore-schiavo avrebbe avuto il vantaggio di eseguire le mosse (sempre vincenti) più rapidamente del suo avversario, spiazzandolo ad ogni mossa.

Una volta programmata per giocare la macchina può essere utilizzata proprio come se3 giocasse a scacchi.

La macchina imita il cervello, ed è quello che vuole Turing, una macchina che imiti il comportamento del cervello. Il calcolatore può apprendere, può giocare a scacchi, può insomma imitare il cervello indipendentemente da cosa succeda realmente in quest’ultimo.

Il cervello del neonato non è altro che una macchina disorganizzata che sarà ordinata dall’educazione, infatti Turing concepisce l’intelligenza come qualcosa di diverso da una facoltà innata, non può essere quindi per il cervello elettronico un impianto elettrico già pronto, e installato al momento della nascita.

1Hodges, p. 347

2Hodges, p.278

3Hodges, p. 427

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