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IL DEMONE DI SEARLE: IA forte e IA debole

gennaio 20, 2010

Un testo fondamentale nella letteratura sull’IA, è Menti, cervelli e programmi1 di John Searle, un articolo che ha suscitato un dibattito molto importante negli anni ’80 coinvolgendo gli studiosi più autorevoli del settore.

L’articolo è visto come una risposta a Turing (una risposta postuma, dato che Turing morì nel 1954) e al suo gioco dell’imitazione.

L’obiettivo della critica di Searle è l’idea che un programma istanziato in una macchina possa avere intenzionalità.

Per Searle affinché ci sia intenzionalità è necessario riprodurre i poteri causali presenti nel cervello.

Una distinzione fondamentale che Searle fa, e che sarà oggetto di fraintendimenti, è quella fra IA debole e IA forte.

L’IA debole ( o cauta ) ha come obiettivo di essere uno strumento ausiliare per lo studio della mente. La concezione dell’IA forte prevede invece che il calcolatore non sia semplicemente un simulatore della mente, ma che il computer, correttamente programmato, sia una vera e propria mente con relativi stati cognitivi annessi. Nell’IA forte

I programmi non sono semplici strumenti che ci rendono possibile considerare spiegazioni psicologiche: piuttosto i programmi costituiscono di per sé le spiegazioni.2

La critica non è rivolta a tutta l’IA, ma soltanto all’ipotesi forte, mentre Searle dichiara utilissimi gli sforzi condotti nel campo dell’IA debole.

L’IA forte non risponde alla domanda «le macchine possono pensare?», giacché non tratta di macchine, ma di programmi.

Questo è il motivo per cui l’ipotesi “forte” dell’Intelligenza Artificiale ha poco da dirci intorno al pensare, poiché non riguarda le macchine, ma piuttosto i programmi, e nessun programma è di per sé capace di pensare.3

1Searle John R., Minds, Brains and Programs, in The Behavioral and Brain Sciences, 1980, Cambridge University Press; trad. it. Menti, cervelli e programmi, un dibattito sull’intelligenza artificiale, a cura di Graziella Tonfoni

2Searle, p. 46

3Searle, p. 46

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