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IL DEMONE DI SEARLE: La stanza cinese e Le repliche

febbraio 2, 2010

Per argomentare la sua tesi Searle decide di fare un esperimento mentale conosciuto come “la stanza cinese”, in cui egli stesso si immedesima nel ruolo di un calcolatore umano, proprio come lo doveva aver immaginato Turing.

Searle suppone di trovarsi dentro una stanza, seduto ad una scrivania con un plico di fogli scritti in cinese, e non conoscendo egli il cinese, può concepirli semplicemente come simboli formali che non differirebbero per nulla da caratteri giapponesi o scarabocchi.

Sulla scrivania inoltre c’è un secondo plico, sempre scritto in cinese, e delle regole, stavolta scritte in inglese, lingua madre dello stesso Searle e che quindi egli può capire benissimo, che legano gli scritti in cinese del secondo plico con quelli del primo.

Searle immagina un terzo plico ancora, sempre scritto in cinese con regole in inglese che lo mette in relazione al secondo.

Le regole sono in inglese e io capisco queste regole come qualunque inglese di madrelingua. Esse mi rendono possibile mettere in relazione una serie di simboli formali con un’altra serie di simboli formali (e tutto quello che formale significa qui, è che posso identificare i simboli interamente attraverso le loro forme).1

Le persone al di fuori di questa stanza che forniscono i fogli chiamano il primo plico “uno scritto”, il secondo “una storia” e il terzo “quesiti”. Il risultato che dovrà elaborare Searle viene chiamato “risposta alla domanda” e la serie di regole in inglese le chiamano “programmi”.

Seguendo correttamente le regole, le risposte cinesi alle domande cinesi saranno corrette, proprio come se le desse un cinese madrelingua, proprio come se le domande, la storia e le risposte date da Searle fossero in inglese.

A questo punto è doveroso secondo Searle chiedersi se sia legittimo pensare che lui comprenda il cinese.

Nel caso del cinese, diversamente da quello dell’inglese, produco le risposte col manipolare simboli formali non interpretati.2

Credo che lo stesso Turing possa essere d’accordo con l’argomentazione portata avanti in questo modo, infatti ricordiamo che l’idea di calcolatore umano proveniente dalla sua esperienza a Bletchley, consisteva in operaie che eseguivano il loro compito senza comprendere di che si trattasse.

Secondo Searle la base dell’IA forte, o teoria che la macchina abbia capacità cognitive, nasce dal fatto che attribuiamo stati intenzionali alla terza persona, per metafora o per analogia, per cui «la porta sa quando deve aprirsi grazie alle sue cellule fotoelettriche».3

Precisamente scrive Searle, noi estendiamo la nostra intenzionalità ai mezzi meccanici, in quanto estensioni dei nostri scopi.

Quando Searle usa il termine “intenzione” intende un particolare tipo di stato mentale diretti verso oggetti o modi di essere della realtà nel mondo.

Uso il termine «intenzionalità» come un termine tecnico che sta a significare quella caratteristica delle rappresentazioni grazie alla quale esse sono riguardo a qualcosa o dirette a qualcosa.4

L’intenzionalità è qualcosa che sopraggiunge alla coscienza che è una caratteristica biologica dei sistemi nervosi di più alto livello, come il cervello degli uomini e degli altri animali.

Le repliche

La prima esposizione della critica all’IA forte è subito seguita da repliche provenienti dal mondo accademico vicino a Searle.

La prima replica è quella del “sistema”: secondo alcuni studiosi (dell’istituto di Berkeley) la comprensione non sarebbe da cercare semplicemente nel calcolatore umano, ma nell’intero sistema stanza, calcolatore e plichi insieme. La risposta a questa replica è molto facile, infatti Searle ripropone lo stesso identico esperimento, ammettendo la possibilità di imparare egli stesso a memoria le regole che legano i testi in cinese, e ammette anche di imparare a memoria quei simboli in cinese. Praticamente Searle si propone di diventare l’intero sistema. Il risultato però sembra non cambiare, infatti Searle sarà molto più veloce a fornire le risposte in cinese, ma continuerà a non capirle, a non capire ciò che egli stesso dice.

La seconda replica, conosciuta come la replica del robot (dagli studiosi di Yale), prevede che il computer sia il cervello elettronico di un vero e proprio robot che abbia la capacità di vedere tramite una telecamera e muoversi tramite gambe artificiali.

Searle coglie in questa replica un elemento molto importante, che

la cognizione non è solamente una questione di manipolazione di simboli, poiché essa aggiunge un insieme di relazioni causali inerenti al mondo esterno (cfr. Fodor, Methodological Solipsism, BBS 3 (1), 1980).5

La replica che però spinge ad esplicitare la posizione di Searle rispetto alla relazione mente/cervello è la replica di Berkeley e del MIT, la replica del “simulatore del cervello”.

Nella replica del “simulatore del cervello” si ipotizza un programma che simuli la sequenza di scariche neuroniche che avvengono nelle sinapsi del cervello in un madre lingua cinese.

La posizione di Searle si fa più netta. Non basta simulare formalmente un cervello affinché si possa avere intenzionalità, serve un cervello vero e proprio con i relativi «poteri causali».6

Il suggerimento che dà Searle a coloro che si ostinano a perseguire l’IA forte sta nel cercare di capire e riprodurre i poteri causali presenti nel cervello, e non solo la configurazione delle reti neurali.

La possibilità di capire una lingua non è data all’uomo in quanto programmato così, ma perché costituito biologicamente (fisicamente e chimicamente) in un determinato modo.

Hodges invece scrive che per comprendere il modello turinghiano di «cervello» dobbiamo considerare che in esso la fisica e la chimica sono irrilevanti, in quanto sostituibili, mentre bisogna considerare «lo schema logico» degli stati mentali.7

Credo che Turing abbia poi cambiato idea visto che impegnò l’ultima parte della sua vita nella ricerca di regole inscritte nella struttura biologica degli embrioni, anche se i suoi studi sulla struttura del cervello a livello neuronico non sembrano essere andati molto lontano.

1Searle, p. 48

2Searle, p. 49

3Searle, p. 52

4Searle John R., La costruzione della realtà sociale, Edizioni di Comunità; p. 13

5Searle, p.58

6Searle, p.60

7Hodges, p. 180

  1. Francesco
    aprile 11, 2010 alle 7:32 pm

    assolutamente fantastico!

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