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IL DEMONE DI SEARLE: L’intenzionalità e il simbolo

febbraio 9, 2010

Searle conclude questo suo primo articolo riproponendo la domanda iniziale, «Può una macchina pensare?», e in un modo che lascia sorpresi i suoi avversari.

Secondo Searle è ovvio credere che le macchine possano pensare: l’uomo, infatti, è una macchina a tutti gli effetti. Inoltre Searle afferma che anche una macchina costruita dall’uomo può essere considerata pensante, solo ad una condizione però: che venga riprodotto il sistema nervoso, con neuroni, dendriti e tutto il resto.

Si potrebbe ricreare il sistema nervoso utilizzando principi chimici diversi dai nostri e avere ancora intenzionalità, credenze e il resto delle capacità cognitive.

Se si possono raddoppiare esattamente le cause, si potrebbero raddoppiare anche gli effetti.1

Anche un calcolatore digitale può, secondo Searle, pensare, ma non unicamente per il fatto che su esso sia installato il programma giusto.

Un programma manipola simboli formali, non li comprende. Il fatto che questi simboli siano formali è molto importante, li distingue dai normali simboli.

Un simbolo di per sé ha il compito di rappresentare qualcosa per chi lo usa; i simboli cinesi per Searle, e per chiunque non conosca il cinese, non hanno nessun contenuto rappresentazionale.

La relazione che connette la sintassi (il simbolo cinese) con la semantica (il suo significato) non è legato da un codice biunivoco, con una relazione causale.2

I calcolatori che basano le loro capacità cognitive sui programmi operano correttamente nel campo sintattico, sanno benissimo come posizionare il verbo all’interno della frase, come coniugarlo e come completare le frasi, ma non capiscono il contenuto delle loro operazioni, mancano di semantica.

L’unica intenzionalità esistente in una stanza dove opera un calcolatore è quella degli operatori che immettono i dati di input e leggono quelli restituiti dalla macchina come output.

Per il calcolatore il rapporto tra input e output è puramente formale-meccanico ed è il programma stesso.

Tale intenzionalità, quale sembra abbiano i computer, è solamente nelle menti di quelli che la programmano e di quelli che li usano, di quelli che immettono gli input e di quelli che interpretano l’output.3

Searle crede che molti degli errori in questo campo dipendano dal fatto che si è pensato che simulare significhi duplicare, sia rispetto alle capacità intellettive che a quelle emotive.

Per eliminare questa confusione gli esperti di IA dovrebbero evitare ogni forma di comportamentismo e operazionismo, invalidando il test di Turing che per Searle è tipico di questa tradizione.4

1Searle, p. 65

2Cimatti Felice, Mente, segno e vita: elementi di filosofia per le Scienze della comunicazione, Carrocci editore, p. 17

3Searle, p. 66

4Searle, p. 70

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