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IL DEMONE DI SEARLE: Contro il dualismo

febbraio 12, 2010 Commenti disabilitati

Subito dopo queste considerazioni Searle discute un altro errore filosofico, quello forse più importante in quanto si presta come terreno fertile all’ipotesi forte dell’IA, il dualismo.1

L’idea che mente e cervello siano due cose differenti, quasi dicotomiche, per cui quando si parla di mente il cervello non c’entra nulla, dà forza a sostenitori dell’IA forte e alla loro tesi che la mente sia solamente un programma, un complessissimo programma istanziato su un supporto fisico, nel caso umano un cervello biologico, nel caso delle macchine un calcolatore digitale.

Searle non ammette nessuna difficoltà nel riconoscere che un cervello sia un calcolatore digitale a tutti gli effetti, solo esclude che

Qualunque cosa faccia il cervello per produrre intenzionalità, questa non può consistere nell’istanziare un programma, poiché nessun programma, di per sé, è sufficiente per l’intenzionalità.2

L’articolo di Searle suscitò grande entusiasmo tra gli studiosi di IA di tutte le discipline aprendo un dibattito piuttosto vivace a cui Searle non poté non partecipare in chiusura con una risposta a tutti gli interlocutori.

Alcuni dei partecipanti al dibattito avvalorarono la tesi di Searle, spiegando ulteriormente la sua critica o aggiungendo esempi che esplicassero il suo punto di vista.

Altri invece lo criticarono sostenendo ancora una volta il dualismo. Dennett, per esempio, afferma «Io capisco l’inglese, il mio cervello no».3

Searle ammette che finché per il calcolatore i dati saranno solo simboli formali, senza che si associ loro un contenuto semantico, il calcolatore stesso resterà, per usare le parole di Dennett «cieco rispetto al significato di ciò che è stato scritto»,4 mentre non può ammettere che il cervello non capisca l’inglese, anzi, è proprio il suo cervello secondo lui che fa quel lavoro (proprio come lo stomaco digerisce la pizza, per usare un suo esempio), definendolo consapevole.5

Searle, per altro, rifiuta l’idea di Bridgeman per cui «le sole proprietà del cervello sono le proprietà che esso ha a livello dei neuroni».6

Per concludere su questo tema, Searle è disposto ad usare, anche se mal volentieri, la terminologia classica definendosi un interazionista, e in qualche modo un monista.7

1ibidem

2Searle, p. 72

3Searle, p.192

4Searle, p. 95

5Searle, p. 192

6Searle, p. 207

7Searle, p. 209

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IL DEMONE DI SEARLE: L’intenzionalità e il simbolo

febbraio 9, 2010 Commenti disabilitati

Searle conclude questo suo primo articolo riproponendo la domanda iniziale, «Può una macchina pensare?», e in un modo che lascia sorpresi i suoi avversari.

Secondo Searle è ovvio credere che le macchine possano pensare: l’uomo, infatti, è una macchina a tutti gli effetti. Inoltre Searle afferma che anche una macchina costruita dall’uomo può essere considerata pensante, solo ad una condizione però: che venga riprodotto il sistema nervoso, con neuroni, dendriti e tutto il resto.

Si potrebbe ricreare il sistema nervoso utilizzando principi chimici diversi dai nostri e avere ancora intenzionalità, credenze e il resto delle capacità cognitive.

Se si possono raddoppiare esattamente le cause, si potrebbero raddoppiare anche gli effetti.1

Anche un calcolatore digitale può, secondo Searle, pensare, ma non unicamente per il fatto che su esso sia installato il programma giusto.

Un programma manipola simboli formali, non li comprende. Il fatto che questi simboli siano formali è molto importante, li distingue dai normali simboli.

Un simbolo di per sé ha il compito di rappresentare qualcosa per chi lo usa; i simboli cinesi per Searle, e per chiunque non conosca il cinese, non hanno nessun contenuto rappresentazionale.

La relazione che connette la sintassi (il simbolo cinese) con la semantica (il suo significato) non è legato da un codice biunivoco, con una relazione causale.2

I calcolatori che basano le loro capacità cognitive sui programmi operano correttamente nel campo sintattico, sanno benissimo come posizionare il verbo all’interno della frase, come coniugarlo e come completare le frasi, ma non capiscono il contenuto delle loro operazioni, mancano di semantica.

L’unica intenzionalità esistente in una stanza dove opera un calcolatore è quella degli operatori che immettono i dati di input e leggono quelli restituiti dalla macchina come output.

Per il calcolatore il rapporto tra input e output è puramente formale-meccanico ed è il programma stesso.

Tale intenzionalità, quale sembra abbiano i computer, è solamente nelle menti di quelli che la programmano e di quelli che li usano, di quelli che immettono gli input e di quelli che interpretano l’output.3

Searle crede che molti degli errori in questo campo dipendano dal fatto che si è pensato che simulare significhi duplicare, sia rispetto alle capacità intellettive che a quelle emotive.

Per eliminare questa confusione gli esperti di IA dovrebbero evitare ogni forma di comportamentismo e operazionismo, invalidando il test di Turing che per Searle è tipico di questa tradizione.4

1Searle, p. 65

2Cimatti Felice, Mente, segno e vita: elementi di filosofia per le Scienze della comunicazione, Carrocci editore, p. 17

3Searle, p. 66

4Searle, p. 70

IL DEMONE DI SEARLE: La stanza cinese e Le repliche

febbraio 2, 2010 1 commento

Per argomentare la sua tesi Searle decide di fare un esperimento mentale conosciuto come “la stanza cinese”, in cui egli stesso si immedesima nel ruolo di un calcolatore umano, proprio come lo doveva aver immaginato Turing.

Searle suppone di trovarsi dentro una stanza, seduto ad una scrivania con un plico di fogli scritti in cinese, e non conoscendo egli il cinese, può concepirli semplicemente come simboli formali che non differirebbero per nulla da caratteri giapponesi o scarabocchi.

Sulla scrivania inoltre c’è un secondo plico, sempre scritto in cinese, e delle regole, stavolta scritte in inglese, lingua madre dello stesso Searle e che quindi egli può capire benissimo, che legano gli scritti in cinese del secondo plico con quelli del primo.

Searle immagina un terzo plico ancora, sempre scritto in cinese con regole in inglese che lo mette in relazione al secondo.

Le regole sono in inglese e io capisco queste regole come qualunque inglese di madrelingua. Esse mi rendono possibile mettere in relazione una serie di simboli formali con un’altra serie di simboli formali (e tutto quello che formale significa qui, è che posso identificare i simboli interamente attraverso le loro forme).1

Le persone al di fuori di questa stanza che forniscono i fogli chiamano il primo plico “uno scritto”, il secondo “una storia” e il terzo “quesiti”. Il risultato che dovrà elaborare Searle viene chiamato “risposta alla domanda” e la serie di regole in inglese le chiamano “programmi”.

Seguendo correttamente le regole, le risposte cinesi alle domande cinesi saranno corrette, proprio come se le desse un cinese madrelingua, proprio come se le domande, la storia e le risposte date da Searle fossero in inglese.

A questo punto è doveroso secondo Searle chiedersi se sia legittimo pensare che lui comprenda il cinese.

Nel caso del cinese, diversamente da quello dell’inglese, produco le risposte col manipolare simboli formali non interpretati.2

Credo che lo stesso Turing possa essere d’accordo con l’argomentazione portata avanti in questo modo, infatti ricordiamo che l’idea di calcolatore umano proveniente dalla sua esperienza a Bletchley, consisteva in operaie che eseguivano il loro compito senza comprendere di che si trattasse.

Secondo Searle la base dell’IA forte, o teoria che la macchina abbia capacità cognitive, nasce dal fatto che attribuiamo stati intenzionali alla terza persona, per metafora o per analogia, per cui «la porta sa quando deve aprirsi grazie alle sue cellule fotoelettriche».3

Precisamente scrive Searle, noi estendiamo la nostra intenzionalità ai mezzi meccanici, in quanto estensioni dei nostri scopi.

Quando Searle usa il termine “intenzione” intende un particolare tipo di stato mentale diretti verso oggetti o modi di essere della realtà nel mondo.

Uso il termine «intenzionalità» come un termine tecnico che sta a significare quella caratteristica delle rappresentazioni grazie alla quale esse sono riguardo a qualcosa o dirette a qualcosa.4

L’intenzionalità è qualcosa che sopraggiunge alla coscienza che è una caratteristica biologica dei sistemi nervosi di più alto livello, come il cervello degli uomini e degli altri animali.

Le repliche

La prima esposizione della critica all’IA forte è subito seguita da repliche provenienti dal mondo accademico vicino a Searle.

La prima replica è quella del “sistema”: secondo alcuni studiosi (dell’istituto di Berkeley) la comprensione non sarebbe da cercare semplicemente nel calcolatore umano, ma nell’intero sistema stanza, calcolatore e plichi insieme. La risposta a questa replica è molto facile, infatti Searle ripropone lo stesso identico esperimento, ammettendo la possibilità di imparare egli stesso a memoria le regole che legano i testi in cinese, e ammette anche di imparare a memoria quei simboli in cinese. Praticamente Searle si propone di diventare l’intero sistema. Il risultato però sembra non cambiare, infatti Searle sarà molto più veloce a fornire le risposte in cinese, ma continuerà a non capirle, a non capire ciò che egli stesso dice.

La seconda replica, conosciuta come la replica del robot (dagli studiosi di Yale), prevede che il computer sia il cervello elettronico di un vero e proprio robot che abbia la capacità di vedere tramite una telecamera e muoversi tramite gambe artificiali.

Searle coglie in questa replica un elemento molto importante, che

la cognizione non è solamente una questione di manipolazione di simboli, poiché essa aggiunge un insieme di relazioni causali inerenti al mondo esterno (cfr. Fodor, Methodological Solipsism, BBS 3 (1), 1980).5

La replica che però spinge ad esplicitare la posizione di Searle rispetto alla relazione mente/cervello è la replica di Berkeley e del MIT, la replica del “simulatore del cervello”.

Nella replica del “simulatore del cervello” si ipotizza un programma che simuli la sequenza di scariche neuroniche che avvengono nelle sinapsi del cervello in un madre lingua cinese.

La posizione di Searle si fa più netta. Non basta simulare formalmente un cervello affinché si possa avere intenzionalità, serve un cervello vero e proprio con i relativi «poteri causali».6

Il suggerimento che dà Searle a coloro che si ostinano a perseguire l’IA forte sta nel cercare di capire e riprodurre i poteri causali presenti nel cervello, e non solo la configurazione delle reti neurali.

La possibilità di capire una lingua non è data all’uomo in quanto programmato così, ma perché costituito biologicamente (fisicamente e chimicamente) in un determinato modo.

Hodges invece scrive che per comprendere il modello turinghiano di «cervello» dobbiamo considerare che in esso la fisica e la chimica sono irrilevanti, in quanto sostituibili, mentre bisogna considerare «lo schema logico» degli stati mentali.7

Credo che Turing abbia poi cambiato idea visto che impegnò l’ultima parte della sua vita nella ricerca di regole inscritte nella struttura biologica degli embrioni, anche se i suoi studi sulla struttura del cervello a livello neuronico non sembrano essere andati molto lontano.

1Searle, p. 48

2Searle, p. 49

3Searle, p. 52

4Searle John R., La costruzione della realtà sociale, Edizioni di Comunità; p. 13

5Searle, p.58

6Searle, p.60

7Hodges, p. 180

IL DEMONE DI SEARLE: IA forte e IA debole

gennaio 20, 2010 Commenti disabilitati

Un testo fondamentale nella letteratura sull’IA, è Menti, cervelli e programmi1 di John Searle, un articolo che ha suscitato un dibattito molto importante negli anni ’80 coinvolgendo gli studiosi più autorevoli del settore.

L’articolo è visto come una risposta a Turing (una risposta postuma, dato che Turing morì nel 1954) e al suo gioco dell’imitazione.

L’obiettivo della critica di Searle è l’idea che un programma istanziato in una macchina possa avere intenzionalità.

Per Searle affinché ci sia intenzionalità è necessario riprodurre i poteri causali presenti nel cervello.

Una distinzione fondamentale che Searle fa, e che sarà oggetto di fraintendimenti, è quella fra IA debole e IA forte.

L’IA debole ( o cauta ) ha come obiettivo di essere uno strumento ausiliare per lo studio della mente. La concezione dell’IA forte prevede invece che il calcolatore non sia semplicemente un simulatore della mente, ma che il computer, correttamente programmato, sia una vera e propria mente con relativi stati cognitivi annessi. Nell’IA forte

I programmi non sono semplici strumenti che ci rendono possibile considerare spiegazioni psicologiche: piuttosto i programmi costituiscono di per sé le spiegazioni.2

La critica non è rivolta a tutta l’IA, ma soltanto all’ipotesi forte, mentre Searle dichiara utilissimi gli sforzi condotti nel campo dell’IA debole.

L’IA forte non risponde alla domanda «le macchine possono pensare?», giacché non tratta di macchine, ma di programmi.

Questo è il motivo per cui l’ipotesi “forte” dell’Intelligenza Artificiale ha poco da dirci intorno al pensare, poiché non riguarda le macchine, ma piuttosto i programmi, e nessun programma è di per sé capace di pensare.3

1Searle John R., Minds, Brains and Programs, in The Behavioral and Brain Sciences, 1980, Cambridge University Press; trad. it. Menti, cervelli e programmi, un dibattito sull’intelligenza artificiale, a cura di Graziella Tonfoni

2Searle, p. 46

3Searle, p. 46